Quando credi di aver visto abbastanza, negli angoli remoti ed emarginati della città, della gente che vive di stenti, di pochi spiccioli e scatolette; dove l’acqua è un lusso (quella da bere) e quella piovana ammala i polmoni; dove un sacco a pelo è l’unico riparo dal freddo della notte e una bottiglia di pessimo vino un aiuto a dimenticare il passato, credi di aver visto gli ultimi. Proprio quando credi di averli visti, svoltando un angolo di una strada, sotto un ponte tra alte cancellate, rifiuti e rumori di automezzi assordanti, incontri coloro che non sono “neanche ultimi”. Quelli che con estrema dignità tentano di ripartire per l’ultimo scorcio di vita che resta loro ricreando dimore artificiali, attraverso ambienti domestici ordinati, mangiando pasti frugali in vaschette di alluminio. Accoglienti e cordiali come neanche gli ultimi sanno fare. Così come hanno fatto con me accogliendomi, parlandomi di loro, della loro solitudine, della loro speranza.

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